State of the World 2012: nuovi modelli di consumo per una “prosperità sostenibile”

Bisogna cambiare il modo di vivere, produrre e consumare, perché l’umanità usa la capacità ecologica di un pianeta e mezzo e gran parte del consumo di risorse naturali avviene nei paesi industriali super sviluppati, che invece dovrebbero orientarsi verso una “prosperità sostenibile”, dunque verso una decrescita intesa non come declino economico ma come cambiamento di economia. Questa deve rientrare nei limiti che il pianeta può sopportare, attraverso consumi sostenibili e riduzione nell’eccesso dei consumi. Vent’anni dopo la prima conferenza di Rio, la popolazione globale è cresciuta del 28%, mentre l’economia globale si è espansa del 75% . Negli ultimi 50 anni le classi medie e alte hanno più che raddoppiato i loro livelli di consumo, un ulteriore miliardo (forse due) di persone nel mondo aspira a unirsi alla classe dei consumatori, e se le cose non cambieranno, nel 2050 l’umanità si troverà ad utilizzare annualmente 140 miliardi di tonnellate di minerali, combustibili fossili e biomasse, rispetto ai 60 miliardi di tonnellate consumati attualmente. È quanto evidenzia lo State of the World 2012: “Verso una prosperità sostenibile”, il 29° rapporto del Worldwatch Institute, quest’anno dedicato alla green economy e ai temi della conferenza mondiale sullo sviluppo sostenibile di Rio+20, la cui edizione italiana, curata dal WWF, è stata presentata ieri a Milano.

Il pianeta non può mantenere un simile aumento della domanda di risorse senza gravi conseguenze per l’umanità e gli ecosistemi”, è il messaggio che arriva dal Rapporto, che sottolinea le conseguenze di un modello economico insostenibile per il pianeta e la necessità di abbracciare una sostenibilità ampia che comprende sviluppo urbano, trasporti, agricoltura, tecnologie dell’informazione ed economia tutta.

Basti pensare che nel mondo ci sono 828 milioni di persone che vivono nelle baraccopoli; 800 milioni di auto sono responsabili di oltre la metà del consumo globale di combustibili fossili liquidi e di un quarto delle emissioni di anidride carbonica (80% di inquinanti nocivi nei paesi in via di sviluppo); la costruzione e la gestione degli edifici impiega il 25-40% di tutta l’energia prodotta; quasi due miliardi di persone vengono nutrite dai prodotti di 500 milioni di piccole fattorie nei paesi in via di sviluppo, ma l’80% di chi soffre la fame vive proprio nelle aree rurali; le ­specie si estinguono a un tasso di 1000 volte più alto rispetto al periodo pre-industriale.

Ha spiegato Michael Renner, Senior Researcher Worldwatch e codirettore di State of the World 2012: “La rivoluzione industriale ha dato vita ad un modello di crescita economica palesemente insostenibile. Il crescente stress imposto agli ecosistemi e una pressione insostenibile sulle risorse sono accompagnati da una maggiore incertezza economica, crescenti disuguaglianze e vulnerabilità sociale. È difficile evitare la conclusione che così come è impostata l’economia non funziona più: né per noi né per il pianeta“.  Commenta il direttore scientifico del WWF Italia Gianfranco Bologna, che cura l’edizione italiana del rapporto: “Dobbiamo cambiare il nostro modo di vivere e di produrre”.

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